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Sicurezza scolastica e limitazione dei servizi igienici: il delicato equilibrio tra dovere di vigilanza e diritti degli studenti

Dopo il caso di Padova, riportato dal Corriere della Sera lo scorso anno, in un Istituto superiore di Modena, si ripresenta il caso dei bagni chiusi durante la ricreazione.
Come riporta la Gazzetta di Modena, la decisione della Dirigente, divide studenti e famiglie tra sicurezza e diritti. Chiudere i bagni è una misura lecita o un abuso? Esistono rischi legali e patrimoniali legati a questa scelta?

Il fatto

Da febbraio 2026, una circolare della Dirigente, ha cambiato le regole di accesso ai bagni, in un Istituto modenese. Il regolamento vieta l’uso delle toilette nell’intervallo. Gli studenti potranno accedere ai bagni solo durante le lezioni, con autorizzazione del docente e sorveglianza del personale incaricato.
La decisione, definita drastica dalla stessa Amministrazione, s’è resa necessaria per fermare le ripetute infrazioni oltre che situazioni di potenziale grave pericolo per gli studenti.
Negli ultimi mesi sono stati registrati vandalismi gravi: tubature danneggiate, interruttori divelti, cavi elettrici scoperti, con rischio concreto di folgorazione.
I bagni inoltre venivano usati come “zone franche” per fumare e “svapare”, divieti aggirati e violazioni frequenti delle norme disciplinari e di legge.
Durante l’intervallo infine si creavano assembramenti con oltre venti presenze, impedendo controlli efficaci e aumentando i rischi per la sicurezza.

Profilo di Legalità e Normativa

La questione si colloca su un confine giuridico petenzialmente delicato, tra il potere organizzativo del Dirigente e tutela dei diritti costituzionali degli studenti.
Secondo il D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275 e il D. Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, il Dirigente scolastico gestisce sicurezza e risorse. Il Dirigente è anche il datore di lavoro ai sensi del D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81.
Se i locali non sono sicuri, per in presenza di cavi elettrici scoperti, deve limitarne l’accesso per prevenire incidenti con possibili responsabilità anche penali.
Un divieto totale però può scontrarsi con il diritto alla salute e la tutela della dignità personale, previsti dall’Art. 32 della Costituzione.

La giurisprudenza

Anche la Cassazione, in più occasioni, conferma che la scuola ha un preciso obbligo di vigilanza sugli studenti, non riducibile per carenza di personale.
Inoltre misure organizzative generalizzate e restrittive devono essere proporzionate, motivate e rispettose dei diritti fondamentali degli alunni.
Le sanzioni collettive sono normalmente respinte dal diritto amministrativo e un divieto punitivo generalizzato può essere annullato dal giudice amministrativo per eccesso di potere. Il provvedimento è legittimo solo se temporaneo e legato alla messa in sicurezza, non come misura strutturale di disciplina comportamentale.

La responsabilità del Dirigente

Il Dirigente scolastico è tenuto a coniugare la sicurezza e l’applicazione delle norme con la tutela dei diritti fondamentali degli studenti.
Un divieto percepito come “punizione collettiva” potrebbe configurare abuso d’ufficio o ledere la dignità degli alunni, esponendo la dirigente a responsabilità penale.
Inoltre se l’accesso ai bagni, rende la frequenza scolastica gravosa o impossibile per studenti con patologie certificate, si può configurare interruzione di pubblico servizio.
Decisioni contestate con ricorsi al TAR o cause civili che vedessero lo Stato soccombente, comporterebbero un possibile danno erariale. Anche nel caso di danni fisici o morali documentati agli studenti, le famiglie possono avviare azioni risarcitorie contro la scuola e la Dirigente.
Qualora emergesse dolo o colpa grave nella gestione dei divieti e della sicurezza, il Ministero potrà rivalersi economicamente su quest’ultima.

Il profilo assicurativo

Sul fronte assicurativo, la scelta del Dirigente cammina su un filo teso tra protezione professionale e rischio patrimoniale diretto.
Le polizze per i Dirigenti scolastici coprono solitamente la colpa grave, intervenendo se la Corte dei Conti contesta un danno erariale per scelte amministrative errate.
Tuttavia, l’assicurazione non offre uno scudo in caso di dolo, ovvero se il divieto ai bagni fosse considerato un abuso consapevole dei diritti. Se un giudice ravvisasse una violazione della dignità degli studenti, l’Assicuratore potrebbe negare il risarcimento, lasciando il debito a carico del Dirigente.
Inoltre, in sede penale, le spese legali sono rimborsate solo in caso di assoluzione piena del Dirigente, dai reati contestati.

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Docente insegna senza titolo

Un interessante caso di cronaca è quello di una docente che ha insegnato in un Istituto Comprensivo emiliano apparentemente sprovvista dei titoli necessari.
Avvenimenti di questo genere non sono nuovi. Nello scorso novembre un caso analogo ha coinvolto una 41enne, nel brindisino. Più eclatante tuttavia è la notizia di un’altra donna che, per vent’anni, avrebbe insegnato in più Istituti superiori brianzoli, sprovvista delle necessarie abilitazioni.
In questo caso le accuse sono ben più gravi. Secondo gli inquirenti, infatti, grazie alla finta laurea in Psicologia, dal 1999 avrebbe anche avviato la professione di psicanalista.

La responsabilità penale e civile

Al di là dell’aspetto etico delle vicende, la falsa attestazione di titoli è un reato, ai sensi dell’Art. 495 del Codice Penale. L’autore del reato, giudicato colpevole, oltre alla possibile iscrizione al Casellario Giudiziario, potrebbe essere inoltre sottoposto al pagamento di una di una sanzione. Il ministero inoltre, in qualità di parte lesa, potrebbe richiedere, in sede civile, la restituzione degli emolumenti impropriamente erogati.

La responsabilità amministrativa della scuola

Nel processo potrebbe appalesarsi inoltre una precisa responsabilità amministrativa dell’Amministrazione scolastica che non ha ottemperato ai controlli.
La valutazione e verifica dei titoli di accesso all’insegnamento, anche finalizzate all’accesso ai concorsi o alle graduatorie di istituto, sono di competenza dei singoli Istituti.
Ai sensi dell’Art. 8, comma 8, dell’Ordinanza Ministeriale 112/2022, è il Dirigente scolastico responsabile dei controlli. Effettuato il controllo, il Dirigente scolastico, dovrà comunicare, con apposito provvedimento, l’esito della verifica all’Ufficio territoriale competente.
In caso di esito negativo il Dirigente valuta e decide sulle derivanti determinazioni, anche ai fini della responsabilità penale di cui all’Art. 76 del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445.
La mancata o carente verifica potrebbero comportare la responsabilità amministrativa del Dirigente e il conseguente danno erariale.

Il profilo assicurativo

Occorre premettere, innanzitutto, che l’assicurazione non risarcisce la responsabilità penale, né le sanzioni amministrative pecuniarie derivanti. Conseguentemente, l’unica copertura assicurativa, in questo caso, è quella eventualmente legata alla Tutela Legale, limitatamente tuttavia al caso di colpa.
Nel caso delle polizze assicurative scolastiche tuttavia, occorrerà fare un’ulteriore attenzione in quanto, di norma, escludono i rapporti di lavoro.
Circa la responsabilità amministrativa del Dirigente, circa il mancato o insufficiente controllo, è opportuno che quest’ultimo abbia sottoscritto una polizza per la tutela della Responsabilità Civile.
Le polizze scolastiche, nel rispetto della normativa prevista dalla Finanziaria 2008, escludono questa garanzia. La stipula del contratto e il pagamento del relativo premio, in questo caso, sono ad esclusivo carico del soggetto assicurato.

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Infortunio: la responsabilità del datore di lavoro e dell’ente

Sul tema delle responsabilità nei casi di infortunio, ci sembra interessante evidenziare la recente sentenza della Corte di Cassazione Penale, Sez. IV, del 25 gennaio 2021 n. 2848.
La suprema Corte ha ribadito alcuni importanti principi nella materia degli infortuni sul lavoro. I principi riguardano sia alla responsabilità penale del datore di lavoro, sia alla responsabilità amministrativa dell’ente.

La responsabilità diretta del Datore di lavoro

Nel merito della responsabilità, la Corte ha ricordato che “il datore di lavoro […] è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che sia stato posto in essere da quest’ultimo del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli – e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro – o rientri nelle mansioni che gli sono proprie ma sia consistito in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nell’esecuzione del lavoro”.
Inoltre, “nessuna efficacia causale, per escludere la responsabilità del datore di lavoro e di coloro che rivestono una posizione di garanzia rispetto alla prevenzione degli infortuni sul lavoro, può essere attribuita al comportamento negligente o imprudente del medesimo lavoratore infortunato, quando l’evento sia da ricondurre comunque alla insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare il rischio derivante dal richiamato comportamento imprudente. Sul punto, si è pure precisato che le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro. Anche in considerazione della disattenzione con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni”.

La responsabilità amministrativa dell’Ente

Sul fronte della responsabilità amministrativa, la Corte ha affermato che “In materia di responsabilità amministrativa con riguardo all’Art. 25-septies D. Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, l’interesse e/o il vantaggio vanno letti, nella prospettiva patrimoniale dell’ente, come risparmio di risorse economiche conseguente alla mancata predisposizione dello strumentario di sicurezza ovvero come incremento economico conseguente all’aumento della produttività non ostacolata dal pedissequo rispetto della normativa prevenzionale […]. In altri termini, nei reati colposi, l’interesse e/o vantaggio si ricollegano al risparmio nelle spese che l’ente dovrebbe sostenere per l’adozione delle misure precauzionali. Ovvero nell’agevolazione dell’aumento di produttività che può derivare, per l’ente, dallo sveltimento dell’attività lavorativa, ‘favorita’ dalla mancata osservanza della normativa cautelare, il cui rispetto, invece, ne avrebbe ‘rallentato’ i tempi”.